Corte Appartamenti Carloforte

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Isola di San Pietro - Sardegna

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L' Isola di San Pietro, Carloforte... la sua storia fino ai giorni nostri
La storia di Carloforte ha inizio nella prima metà del XVI secolo, esattamente nell'ottobre del 1541, quando circa 1000 pegliesi affiancati da altri rivieraschi del Ponente genovese, opportunamente reclutati dai Lomellini, signore di Pegli, per la pesca del corallo, abbandonarono la dolce terra di Liguria per approdare nell'isolotto africano di Tabarka, in Tunisia, rinominato per i sui banchi ricchi di quella preziosa madrepora.
Le faccende a Tabarka per tutto il XVI e il XVII secolo andarono a gonfie vele; contenti i Lomellini che accumulavano ingenti ricchezze, parte delle quali contribuirono ad abbellire le città di Genova con palazzi, opere d'arte e chiese tra cui la Chiesa dell'Annunziata; contenti in fondo gli stessi tabarchini che, tutto sommato, godevano di un certo benessere anche se è frutto di duro lavoro.
Agli inizi del XVIII secolo, però, il periodo di floridezza di Tabarka di colpo accesso e, per la natura delle cose che segnano inesorabilmente il destino dei popoli, iniziò la sua decadenza.
I banchi di corallo cominciarono ad impoverirsi, la popolazione, di circa 2.000 abitanti, cominciò divenire stretta su un territorio di appena sette ettari ( tale era la superficie dell'isola ), i matrimoni vennero vietati e, i corsari fiancheggiati dai Bey di Tunisi e Algeri cominciarono a molestare e a taglieggiare le barche da pesca e con la loro popolazione tutta.
La situazione sull'isola diventa drammatica, la vita insopportabile, senza senso, per cui fece capolino nella mente dei più l'idea dell'esodo.
Ma dove andare?
La provvidenza volle che in quello stesso periodo ( 1736 ) il re di Sardegna, Carlo Emanuele III di Savoia, decise di colonizzare alcune terre del suo regno al fine di accrescere la popolazione ed il benessere della Sardegna dopo il secolare abbandono del governo Spagnolo.
Tra queste terre figuravano la Nurra, sant'Antioco e l'isola di San Pietro; in modo particolare quest'ultima anche per togliere ai barbareschi, che infestavano i nostri mari, un punto avanzato nel Mediterraneo, da dove più d'una volta si piombavano sulle navi e sulla popolazione della costa sarda, spogliando naviganti e abitanti trascinandoli in schiavitù.
Ma chi chiamare?
La notizia dei propositi di Carlo Emanuele giunse come un fulmine a Tabarka ove naturalmente fu accolta con somma letizia da quanti speravano in una non lontana liberazione dalle loro sofferenze.
Senza perdere tempo i maggiorenti dell'isola convocarono i capifamiglia che, messi al corrente delle intenzioni del re Sabaudo e trascinati dal missionario padre Domenico Giovannini, partirono per l'isola di San Pietro e stabilirono seduta stante di inviare a Cagliari una delegazione guidata dallo stesso padre Giovannini onde comunicare al viceré di Sardegna, marchese di Rivarolo, le loro decisioni.
I desideri dei Tabarkini trovarono facile e favorevole accoglienza presso il viceré tanto è vero che il loro patriarca, Agostino Tagliafico, giunto nel frattempo a Cagliari, potè iniziare subito le trattative che, condotte a ritmo serrato, si conclusero con il contratto di infeudazione approvato e firmato dal re il 22 novembre 1737.
In virtù di tale contratto il nuovo feudatario dell'isola, don Bernardino Genovès, marchese della guardia, novello duca di San Pietro, nonché generoso, garante della nuova comunità, fù autorizzato a introdurre nell'isola di San Pietro le genti che, guidate dal vegliardo Agostino taglia fico misero piede nella nuova patria e 17 aprile 1738.
Ed ebbe così inizio uno dei più riusciti esempi di colonizzazione che la storia d'Italia ricordi.
Giunti nell'isola i coloni, erano 469 di cui 381 tabarckini e 88 provenienti direttamente dalla Liguria si misero subito al lavoro.
Animati da quella operosità infaticabile e da quel tenace spirito d'iniziativa che caratterizzano le popolazioni liguri, costruivano le prime abitazioni e eressero le mura del castello, costruirono la prima chiesa di San Carlo, ove il 13 luglio fu battezzato il primo Carlofortino, certa Maria Caterina Ferraro, nata per tre giorni prima.
Il 24 maggio si procedette alla elezione del primo sindaco nella persona di Gio Battista Segni, antenato di Antonio Segni, futuro presidente della Repubblica italiana.
A noi piace ricordare che in due anni la città, chiamata Carloforte dal nome del magnifico re Carlo, era già un fatto compiuto, la terra già divisa, dissodata e seminata, le saline messa a frutto, le barche già alla pesca.
Negli anni che seguirono San Pietro fu una fucina di fervidissimo lavoro e Carloforte divenne un bel paese simile a tanti che si vedono tra il verde delle colline e l'azzurro del mare nella riviera ligure, anche grazie all'apporto di circa 800 nuovi Tabarckini che, fatti schiavi a Tabarka dal Bey di Tunisi, furono riscattati da Carlo Emanuele III e accolti fraternamente nella nuova colonia.
Le cose insomma stavano andando per il meglio quando Carloforte fu turbato da due avvenimenti che sconvolsero la sua esistenza: l'occupazione francese e l'invasione dei corsari tunisini.
Dei due il più traumatico, il più drammatico fu senz'altro il secondo perché gettò la città nel lutto e nella disperazione.
Infatti nella notte tra il 2 ed il 3 settembre 1798 un'onda famelica di circa 700 pirati dopo aver messo a ferro e fuoco la piccola laboriosa città e aver seminato d'istruzione morte un po' ovunque, ripartì traendo seco in schiavitù, in terra d'Africa, oltre 800 persone, soprattutto donne e giovani.
Una grande angoscia calò su Carloforte che dimezzata in popolazione e ridotta in brandelli vide sfumare nel nulla anni di dure fatiche e sacrifici.
La triste notizia fece in breve il giro del mondo e molte potenze europee, tra cui la Russia, la Francia, il Papa e lo stesso re di Sardegna ( Carlo Emanuele IV ) iniziarono le trattative per il riscatto degli schiavi, che, solo dopo cinque lunghissimi anni, nel 1803 poterono risalutare la loro terra grazie al governo sardo-piemontese e al risoluto intervento di Napoleone Bonaparte.
Con il ritorno degli schiavi la comunità riconquistò la serenità perduta e con la costruzione del muro di cinta voluta dal nuovo re Vittorio Emanuele I acquistò quella tranquillità di cui tanto aveva bisogno.
Serenità e tranquillità che diedero agli indomiti Carlofortini la forza di superare tutte le avversità e di costruire un presente eticamente e materialmente migliore.
Ben presto la maggior parte dell'isola andò coprendosi di abitazioni ( le famose baracche ), si costruirono nuove case e scuole, si mise a coltura ogni minimo appezzamento di terreno.
Ne scaturì sul piano pratico un gioiello di economia integrata che seppe utilizzare ogni risorsa senza chiudersi in monocolture né atrofizzarsi in specializzazioni.
Fiorì la pesca del tonno con le più ricche tonnare del Mediterraneo, fiori l'industria cantieristica che produsse navi da carico e pescherecci tra i migliori all'ora in uso, come la celebre "Carolina" che dominò i mari sardi per oltre due secoli, si impiantarono industrie meccaniche, vanto di gloria del lavoro Carlofortino in Italia e all'estero si aprirono miniere.
Quegli isolani seppero mettere il loro atavico ligure amore per il mare al servizio delle crescenti esigenze dei traffici mercantili e di linea e allevarono generazioni di formidabili navigatori.
Le loro indomite bilancelle trasportarono merci di ogni tipo prima da e per le coste italiche, poi fecero scalo in tutti porti del Mediterraneo.
Fondarono il circolo dei padroni marittimi che era il centro della loro solidarietà marinara di e il punto d'incontro di idee, informazioni e progetti.
Lì nacque probabilmente l'idea della prima regolare linea marittima per la costa sarda, la quale fu gestita da Carlofortini fino al 1905.
Si sviluppò inoltre una professionalità del mare che portò i giovani alle scuole nautiche e quindi agli inbarchi sulle grandi navi e che preparò la strada alla fondazione dell' istituto nautico di Carloforte, vero baluardo delle tradizioni Caroline.
Il porto divenne nei primi anni del XX secolo il secondo della Sardegna, uno dei principali in Italia dall'esportazione dei minerali e dei prodotti tipici, e tale rimase sino all'avvento della crisi che segnò per Carloforte la fine del suo secolo d'oro.
Siamo alle porte della seconda guerra mondiale che non risparmiò, come la prima l'isola di San Pietro.
Carloforte fu particolarmente colpita ed ebbe numerose vittime, anche questa volta innocenti e indifese, tra la poplazione civile, seconda città della Sardegna, dopo Cagliari per le distruzioni subite.
Quindi il ciclone finì, Carloforte si trovò ai margini di una nazione piegata, essa stessa piena di lutti e rovine, con le baracche distrutte o confiscate, le miniere chiuse, le officine senza lavoro.
Si trattava di ricominciare daccapo.
Oggi Carloforte è una ridente cittadina a innegabile vocazione turistica integrata nel contesto storico economico della generosa terra di Sardegna, alla quale i Carlofortini sono sentimentalmente legati, che, fiduciosi, vede nel turismo il "leit motif" sottile della propria rinascita.
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